Premessa.
Se il fatto militare di Dogali è conosciuto, non altrettanto può dirsi delle ripercussioni che ebbe a provocare nel paese.
Le polemiche si trascinarono tanto a lungo da non essere del tutto sopite neppure oggi.
La presenza italiana in Eritrea e lo scontro di Dogali.
Nel gennaio 1885 il governo aveva inviato un piccolo corpo di spedizione a Massaua accogliendo l'invito del governo inglese. Le guarnigioni egiziane in Eritrea erano prossime a ritirarsi dopo la rivolta del Mahdi che aveva incendiato l'intero Sudan e l'invito britannico era interessato affinché il vuoto che si sarebbe creato venisse riempito dall'Italia e non dalla Francia.(1)
Gli “africanisti”, costituiti da destra storica, industriali e borghesia, avevano vinto l'opposizione degli “antiafricanisti”, ovvero la sinistra al governo dal 1876 ed i socialisti che non avevano potuto opporsi ad un successo ottenuto a costo così limitato.
Per due anni il contingente italiano era rimasto praticamente abbandonato senza direttive sul futuro.(2)
Infine, errori commessi dal governo e l'occupazione delle località di Saati, Ua-a e Zula avevano portato al definitivo scontro con Alula, ras dell'Hamasien, ormai convinto che la guerra fosse inevitabile.
Le minacce di Alula e le notizie sull'imminente confronto militare non avevano impressionato più di tanto il governo italiano.
Ancora il giorno precedente quel fatidico 26 gennaio il ministro Di Robilant aveva dichiarato alla Camera: “ Non conviene certamente attaccare tanta importanza a quattro predoni che possiamo avere tra i piedi in Africa ”
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La stessa mattina dello scontro tranquillizzava nuovamente i deputati:” La nostra bandiera è tanto ben difesa in Africa che non torna proprio il conto di discuterne ”
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Il 25 gennaio 1887 i guerrieri di ras Alula scesero dall'altopiano etiopico e assaltarono il presidio italiano di Saati.
Abilmente attirati sotto il tiro dei difensori, gli abissini subirono gravi perdite ritirandosi dopo alcune ore. Insignificante il numero dei caduti italiani, cinque tra nazionali ed irregolari; imprecisato quello degli abissini.
Saati via telegrafo chiese a Massaua rinforzi e munizioni avendo quasi del tutto esaurito le proprie scorte. La mattina seguente il ten. col. Tommaso De Cristoforis alla guida di una colonna di truppe frettolosamente raccolte (540 nazionali ed una quarantina di indigeni) si avviò celermente verso Saati (5) pur preavvisato che avrebbe trovato sul percorso gli armati di Alula (6) che lo attendevano.
Questa volta gli abissini circondarono con calma la colonna italiana tenendosi fuori dal tiro dei fucili e quando la manovra fu terminata si prepararono all'attacco.
Il tenente Savoiroux , uno degli ostaggi in mano ad Alula (7) che assistette impotente ai fatti, così riassume il combattimento durato non più di un quarto d'ora: " Ras Alula diede il segnale dell'attacco facendo battere i tamburi e tutta l' armata abissinese, formata di circa 7000 uomini fra cavalieri e pedoni, volò all'assalto. Si sentì un clamore, un vociare, un urlo, un rumore spaventoso, prodotto dai gridi dei combattenti, dallo sparare dei moschetti, dall'urla dei nostri bravi soldati che opponevano tutte le loro forze per respingere l'assalto, poi a poco a poco il rumore si fece meno assordante e poi debole e poi cessò affatto. "
L'improvviso silenzio destò la speranza che gli italiani fossero ancora in vita. Così ritennero gli ostaggi quando videro avanzare in lontananza uno stuolo di figure vestite di bianco che credettero italiani ma quando furono più vicini li riconobbero: " Erano abissinesi che indossavano gli indumenti ancora bagnati di sangue dei nostri soldati ".
Ras Alula ed i suoi guerrieri si ritirarono definitivamente. La vittoria era stata comunque pagata a caro prezzo e non era il caso di insistere. (8)
Giunta a Massaua la notizia del combattimento, partì in soccorso la compagnia del capitano Tanturri. Arrivati in prossimità del campo di battaglia con i nervi a fior di pelle (quali possibilità avrebbero avuto i soldati se fossero stati attaccati dagli abissini che poco prima avevano distrutto la ben più numerosa colonna De Cristoforis?), dopo essersi schierati in quadrato per un falso allarme, così scriverà Tanturri nel suo rapporto: " Sul primo monticello - prima posizione occupata dai nostri - vidi un soldato ferito, che mi disse trovarsi i nostri poco più su e tutti morti. Non credetti alla funesta notizia e corsi con la compagnia sul sito indicatomi. Dietro la cresta del monticello superiore vidi l'immensa catastrofe. Tutti giacevano in ordine come fossero allineati!

Raccolti frettolosamente i feriti la colonna di soccorso non esplorò il versante sinistro del monticello e si ritirò su Massaua perché si avvicinava la sera e veniva nuovamente segnalato il nemico. Gli altri eventuali sopravvissuti vennero abbandonati al loro destino (9).
I caduti italiani assommarono così a 430 (10).
La ricostruzione dell'episodio.
Le scarse notizie sul combattimento giunte a Massaua diedero spazio ai primi giornalisti per crearne una versione alquanto disinvolta dal momento che nessuno dei cronisti conosceva i luoghi dello scontro.
In una località remota sconosciuta gli abissini avevano teso un agguato ai nostri soldati sorpresi in una valle, anzi in una vera e propria gola circondata da montagne, mentre stavano per consumare il rancio (" scatole del commendator Cirio " si preoccupa di precisare il cronista). Bersagliati dalla fucileria nemica sotto gli occhi di ras Alula imponente a cavallo sulle cime e tentato un inutile assalto alla baionetta subito respinto, De Cristoforis avrebbe ordinato di dar fuoco alle polveri e la trincea sarebbe “ saltata in aria con gli ultimi suoi difensori e con un numero enorme degli assalitori ".
I fatti così ricostruiti vennero suffragati da " persone degne di fede ", tra le quali lo stesso generale Pozzolini. Egli – pur non avendo a sua volta visto i luoghi dello scontro - sul Corriere della Sera ebbe a confermare che la località di Dogali consisteva " in una gola nella quale possono passare appena due uomini di fronte ".
La leggenda di Dogali doveva però ancora nascere.
Un ignoto soldato, agonizzante nell'ospedale di Massaua, avrebbe raccontato gli ultimi momenti della difesa degli italiani: " Il generale Genè e i suoi ufficiali pendevano dalle labbra del ferito - Eravamo una decina, ancora in piedi – ripigliò il soldato - in mezzo a noi stava il nostro colonnello... Intorno aveva un nuvolo di abissini che ci assalivano rabbiosamente con le lance... Il colonnello ad un tratto ci gridò di fermarci... E noi ci fermammo...- E allora?- domandò il generale - allora egli ci disse qualche parola che mi ricordo benissimo...- vi ricordate cosa disse in quel momento il povero colonnello? Ripetetelo, dunque, figliolo mio - Egli disse così: “Voi siete sacri alla morte come i vostri compagni che sono qui caduti. È vostro supremo dovere di morire tutti col nome della patria sulle labbra..." E noi gridammo: viva l'Italia! - Il generale e i suoi ufficiali erano al colmo della commozione; a qualcuno spuntarono delle grosse lacrime dagli occhi. - Allora il colonnello – proseguì il soldato - ripigliò: "Onore ai morti! Presentate le armi ai vostri compagni caduti!" E noi presentammo le armi...- A questo punto nessuno di quanti ascoltavano il moribondo si fece nemmeno più cura di nascondere la propria emozione... Il generale si arricciava furiosamente i mustacchi, non riuscendogli di trovare una parola che rispondesse al suo pensiero e al sublime carattere della scena che il povero moribondo con tanta ingenuità riferiva. "
Ecco la conferma di quanto aveva scritto nel proprio rapporto il capitano Tanturri (" in ordine come fossero allineati ").
Il rapporto di Tanturri , anche se non convinceva il suo diretto superiore che non lo voleva inoltrare, giunse comunque in Italia e le dichiarazioni rese dal soldato moribondo diedero immediata possibilità ad Alfredo Oriani di ricostruire in questo modo il combattimento: " Fu un agguato imprevedibile, inevitabile. La vallata era angusta; vi ritraeste sul colle. Gli abissini sorgevano d'ogni bando, volanti su cavalli sfrenati. Non era possibile contarli; erano troppi per essere battuti, troppi ancora per non sopraffarli. Erano l'Africa selvaggia, nuda e nera nel sole, che si circonda di sangue, uccide quando perde, uccide quando trionfa perché la morte è il suo pensiero e la sua unica sensazione. Bisognava morire! La battaglia era impossibile altrimenti la vittoria sarebbe stata sicura. Quei 500 soldati che, prigionieri di un'immensa moltitudine, non avevano nemmeno rivolto il capo per cercare istintivamente il lido lontano di Massaua, erano l'Italia nuova. Si sentirono grandi e lo furono. Il loro colonnello crivellato di ferite, avvolto nell'immenso turbine africano, riassunse morendo tutto il loro orgoglio per gettare loro saluto, che né Roma né Achille né Siegfried né Orlando avrebbero compreso – presentate le armi! - e gli ultimi feriti, forse poveri contadini degli Abruzzi o della Sicilia lo compresero e presentarono le armi ai loro morti, offrendosi inermi agli ultimi colpi dei sacrificatori. ".
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